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L’intento di queste brevi note è mostrare come, accanto ad altre fonti (Apuleio, Dante, Ariosto e Manzoni su tutti), la Bibbia agisca a livello di ipotesto della narrativa collodiana. Non intendo sostenere che Carlo Collodi (1826-1890) abbia ripreso deliberatamente tematiche e personaggi biblici, ma che la Bibbia ne costituisca, sottotraccia, un referente tematico ed espressivo. Non so se sia espressione dell’ortodossia cattolica, secondo la nota tesi del card. G. Biffi (Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a «Le avventure di Pinocchio», Jaca Book, Milano 1977), ma certamente Pinocchio è impastato di Bibbia.
1. La disseminazione biblica
Qualsiasi lettore minimamente avvezzo al testo biblico non farà fatica a cogliere nel romanzo collodiano riprese e allusioni, più o meno esplicite, a situazioni e tematiche vetero- e neotestamentarie. A cominciare ovviamente da Geppetto, padre putativo del burattino e falegname come Giuseppe, mentre i tratti della Fata turchina (prima bambina, poi donna del popolo e infine signora-madre) non possono che richiamare, anche cromaticamente, quelli di Maria. La prima delle tante fughe di Pinocchio (c. III) si configura come una vera e propria uscita dall’Egitto. Il pesce-cane che inghiotte prima Geppetto e poi Pinocchio rimanda immediatamente al mostro marino del profeta Giona (e anche in Giona non si tratta di una balena). L’impiccagione di Pinocchio ad opera del Gatto e della Volpe (c. XV) è un vero e proprio calco dei racconti della passione di Cristo, con tanto di temporale («un vento impetuoso di tramontana») e di invocazione al padre («Oh babbo mio! se tu fossi qui!…»; cfr. Salmo 22), mentre il Falco mandato dalla Fata a staccarlo dall’albero (c. XVI) è un Giuseppe d’Arimatea alato. La trattativa con Mangiafuoco per evitare la morte di Arlecchino (c. XI) presenta evidenti analogie con l’intercessione di Abramo presso Dio al fine di evitare la distruzione di Sodoma (Genesi 18,22-33). Il triplice rifiuto della medicina («A me l’amaro non mi piace»: c. XVII, p. 113) è assonante con la triplice invocazione di Gesù al Padre (Matteo 26,36-46).
Nel seppellire le quattro monete d’oro ricevute da Mangiafuoco (c. XVIII), Pinocchio si comporta come il servo della parabola dei talenti (Matteo 25,14-30). E, sempre a proposito di parabole, il monologo di Pinocchio al c. XX è modellato su quello del figliol prodigo (Luca 15,17-19; già Piero BARGELLINI La verità di Pinocchio, Morcelliana, Brescia 1942, aveva visto in Pinocchio una grande rilettura della parabola del figliol prodigo), cui farà seguito, proprio come nel testo lucano, il banchetto gioioso («la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra»: c. XXIX, p. 208). Arrivato all’isola delle Api industriose, Pinocchio, come Gesù alla Samaritana, chiede a «una buona donnina che portava due brocche d’acqua. “Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d’acqua alla vostra brocca?”» (c. XXIV, p. 170-171). Avuta la conferma dalla Marmottina di essere diventato un ciuchino, Pinocchio, come Adamo (Genesi 3,12), sa benissimo a chi dare la colpa: «Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di Lucignolo!» (c. XXXII, p. 229). Di lì a poco, durante il fatale spettacolo nel circo, Pinocchio cade, dapprima due volte, nella finzione scenica, e poi, dopo aver visto la Fata mescolata tra il pubblico, una terza volta, rovinosamente, con evidente allusione alle tre cadute di Gesù (tema questo non evangelico, ma ben presente nella pietà popolare della via crucis).
A questa rapida rassegna si possono aggiungere altri elementi tipicamente biblici: il tema della creazione (Dio-Geppetto e Adamo-Pinocchio) e della ri-creazione (l’homo novus) tramite le acque battesimali; Pinocchio salvato dalle acque, come Mosè e Giona; la dialettica tra trasgressione e pentimento; la mediazione salvifica; la lotta tra il bene e il male; la difficile gestione della libertà; la conversione (metànoia).
2. Misteri della paternità: un figlio “legnoso”
L’incipt di Pinocchio spiazza i «piccoli lettori» i quali si attendono il classico «re» e invece si trovano alle prese con un «pezzo di legno», non «un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze» (p. 19). Destinato ad ardere, il pezzo di legno diventa dapprima, nelle intenzioni di Mastro Ciliegia, «una gamba di tavolino» e successivamente, grazie a Geppetto, un burattino. Il vero «re» della fiaba è dunque un pezzo di legno.
Anche Giuseppe, lo sposo di Maria, ha a che fare con un legno, visto che discende dal tronco di Iesse (Matteo 1,1-16; Luca 3,23-38), tronco da cui «uscirà un germoglio e un virgulto spunterà dalle sue radici» (Isaia 11,1). Insomma, la paternità di Giuseppe e Geppetto passa attraverso la “prova del legno”, un pezzo di legno che fiorisce e che prende vita (cfr. Isaia 45,8; si ricordi anche la leggenda narrata nel Protovangelo di Giacomo 9,1, così viva nella tradizione popolare). Parafrasando Giovanni, che a sua volta riprende Genesi 1, si potrebbe dire che in principio erat lignum.
Pinocchio non è frutto del caso, ma di una libera scelta da parte di Geppetto, il quale, quando si reca da Mastro Ciliegia, non sa ancora che egli possiede un pezzo di legno parlante. E infatti gli dice: «Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino» (p. 25-26). Fin dall’inizio il rapporto di Geppetto con il pezzo di legno è creaturale («prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino», p. 30) e filiale («Che nome gli metterò? – disse fra sé e sé. – Lo voglio chiamar Pinocchio»). Tutto il resto non è altro che il racconto della faticosa conquista da parte del legnoso Pinocchio di una autentica condizione di creatura e di figlio: il difficile esercizio della libertà, l’autonomia unita alla responsabilità, la capacità di obbedire (tanto più difficile in Pinocchio che, privo di orecchie, non sa ob-audire) rappresentano la meta cui tende il cammino di Pinocchio.
In questo senso, la traiettoria di Pinocchio non è molto diversa da quella del popolo di Israele così come viene narrata nella Bibbia. Anche il popolo è continuamente alle prese con il difficile esercizio della libertà (frutto della liberazione); la tentazione di adorare pezzi di legno è sempre in agguato (cfr. in particolare Isaia 44,9-20 e Sapienza 13,11-16). Nato come pezzo di legno, quindi potenzialmente come oggetto idolatrico, Pinocchio è chiamato a diventare un essere libero.
3. Un romanzo cristologico?
L’impressione però è che l’influenza biblica in Pinocchio non si limiti alla ripresa di motivi e situazioni, bensì agisca anche a livello di struttura narrativa. Si sa che Collodi aveva deciso di terminare il suo racconto con l’impiccagione di Pinocchio alla Quercia grande, alla fine dell’attuale c. XV; saranno le insistenze dei suoi «piccoli lettori» (non si dimentichi che Pinocchio fu inizialmente pubblicato a puntate sul Giornale per i bambini) a spingere Collodi a riprendere la narrazione fino al c. XXIX; dopo qualche mese di interruzione, l’autore si rimette al lavoro e scrive gli ultimi sette capitoli. Dal punto di vista strutturale, Pinocchio è dunque uno e trino (e non “bino”, come vuole E. Garroni, Pinocchio uno e bino, Laterza, Roma-Bari 20102; cfr. in proposito TEMPESTI, p. 208, n. 16): potremmo quasi parlare di un Proto-Pinocchio (c. I-XV), di un Deutero-Pinocchio (c. XVI-XXIX) e di un Trito-Pinocchio (c. XXXX- XXXVI). Ognuna di queste tre parti dà vita a una sorta di romanzo cristologico costituito da variazioni sul tema della narrazione evangelica, vangeli apocrifi compresi (cfr. G.L. PIEROTTI, «Ecce Puer (Il libro ritrovato senza frontespizio e senza indice)», in AA.VV., C’era una volta un pezzo di legno. La simbologia di Pinocchio, Emme Edizioni, Milano 1981, pp. 5-41).
La prima parte (Proto-Pinocchio) disegna una traiettoria le cui tappe sono: la nascita (Pinocchio deriva da un pezzo di legno, «capitato a tempo», come Gesù nasce dal tronco di Iesse: Isaia 11,1), la circoncisione (metaforizzata dallo scorciare del naso), il battesimo (la catinellata d’acqua ricevuta dal vecchino al c. VI), la strage degli innocenti (Mangiafuoco-Erode che vuole mangiare prima Pinocchio e poi Arlecchino), l’ultima cena e il tradimento (all’Osteria del Gambero rosso), l’impiccagione-crocifissione («E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito», c. XV, p. 105).
La seconda parte (Deutero-Pinocchio) si apre con una scena di deposizione, cui segue una risurrezione mancata che, invece di far ascendere Pinocchio al cielo, lo fa ripiombare, dopo il furto degli zecchini, prima in carcere, da innocente («Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione», c. XIX, p. 135), poi a fare il can da guardia al posto di Melampo (ed è significativa l’esclamazione di Pinocchio: «Oh, se potessi rinascere un’altra volta!...», c. XXI, p. 147, con chiaro riferimento a Giovanni 3,3). Giunto all’isola delle Api industriose, vi è l’incontro con la Fata ormai diventata donna e pronta ad essere madre («Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma», c. XXV, p. 173). Le promesse di redenzione non hanno esito e Pinocchio si ritrova nuovamente sul punto di finire in galera e, peggio ancora, di essere fritto nella padella del pescatore verde, finché, per la seconda volta, sarà accolto, ma solo dopo che la lumachina gli avrà fatto fare una lunga anticamera, nella casa della Fata («Anche per questa volta ti perdono, gli disse la Fata», c. XXIX, p. 208).
La terza parte (Trito-Pinocchio) è quella che presenta le maggiori consonanze con i racconti di passione. Si apre, non a caso, con l’ingresso di Lucignolo e Pinocchio, a dorso di un asino (Zaccaria 9,9; Matteo 21,1-10), nella Gerusalemme-Paese dei balocchi, una Gerusalemme che ha i tratti della prostituta di Ezechiele 22–23, la quale «spasimò con i suoi concubini, la cui corporatura è come quella degli asini e il cui membro è come quello dei cavalli» (Ezechiele 23,20). Nella successiva trasformazione in asino si può cogliere un riferimento, oltre che alle Metamorfosi di Apuleio, alle accuse di “onolatria” (adorazione dell’asino) rivolte ai primi cristiani (si veda il famoso graffito di Alexameno, scoperto sul Palatino nel 1857). Dopo la sua via crucis asinina nel circo, con la Fata ad assistere muta (stabat mater dolorosa), Pinocchio viene venduto per venti soldi («lo compro unicamente per la sua pelle», c. XXXIII, p. 244, dice l’acquirente; cfr. Giovanni 19,23-24) per essere sommerso nel mare (il Proto-Pinocchio si era chiuso con il suo innalzamento sulla quercia). Ripercorsa la vicenda di Giona («Come Giona rimase nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo rimarrà nel cuore della terra per tre giorni e tre notti»: Matteo 12,40) e passato attraverso il lavacro battesimale, Pinocchio smette i panni dell’uomo vecchio per indossare quelli dell’uomo nuovo: «Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose» (c. XXXVI, p. 280; corsivo mio). E quando Pinocchio-bambino si chiede che fine abbia fatto il vecchio Pinocchio, Geppetto «gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto» (p. 281). I due aggettivi («gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo») rimandano alla croce e al sepolcro vuoto di Giovanni 20,6-7: «vide le bende che giacevano distese e il sudario che era sopra il capo; esso non stava assieme alle bende, ma a parte, ripiegato in un angolo».
La ricerca sulle fonti collodiane, sulla tipologia testuale (fiaba, romanzo, testo esoterico) e sulle possibili interpretazioni del testo (mazziniana, folklorica, massonico-iniziatica, psicanalitica, sociologica, religiosa, per citarne alcune) è un cantiere tuttora aperto. Come il suo protagonista, Pinocchio è sempre eccedente rispetto ai tentativi di definirne una chiave di lettura (compresa quella qui proposta). Ma è fuor di dubbio che il romanzo condivide con la Bibbia lo statuto di classico. Non si tratta soltanto del fatto che Pinocchio è il libro «più letto e venduto nel mondo dopo la Bibbia e il Corano» (D. MARCHESCHI, Introduzione a C. Collodi, Opere, Mondadori, Milano 1995, p. XI), ma anche del fatto che, come tutti i classici, si presta a diversi livelli di lettura, si offre a svariate riletture, è a sua volta la ri-lettura di altri classici, costituisce un repertorio di modi di dire ancora oggi attivi, ed è entrato – come si usa dire – nell’immaginario collettivo.
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| L. Zappella, La radice e il legno: echi biblici in Pinocchio | 105.76 KB |